Compensi avvocati: per ottenerli è necessaria la pattuizione scritta

La Cassazione affronta il tema della validità dei patti relativi ai compensi degli avvocati non stipulati in forma scritta.

La Cassazione affronta la questione relativa alla possibilità di ritenere concluso l’accordo sulla quantificazione del compenso per effetto della proposta dell’avvocato, contenuta in una mail seguita dalla prosecuzione dell’incarico professionale senza alcuna formale accettazione.

compensi avvocati

La ordinanza della Cassazione civile  n. 15563 del 2022: la questione

L’art. 2233 c.c., comma 3, (come modificato dal D.L. n. 223 del 2006, art. 2, comma 2 bis, conv. con modif. nella L. n. 248 del 2006), secondo cui “sono nulli, se non redatti in forma scritta, i patti conclusi tra gli avvocati ed i praticanti abilitati con i loro clienti che stabiliscono i compensi professionali“.

La Cassazione ha ritenuto che l’art. 2233 c.cnon può ritenersi implicitamente abrogat(o) dalla L. n. 247 del 2012, art. 13, comma 2: tale norma stabilisce che il compenso spettante al professionista sia pattuito di regola per iscritto. Infatti, secondo l’interpretazione preferibile, la novità legislativa ha lasciato impregiudicata la prescrizione contenuta nell’art. 2233 c.c., comma 3.

In base a questa interpretazione, la norma sopravvenuta non si riferisce alla forma del patto, ma al momento in cui stipularlo: essa, cioè, stabilisce che il patto deve essere stipulato all’atto del conferimento dell’incarico (cfr. Cass. n. 11597/2015).

Si osserva che se il legislatore avesse realmente voluto far venir meno il requisito della forma scritta per simili pattuizioni, è ragionevole ritenere che avrebbe provveduto ad abrogare esplicitamente la previsione contenuta nell’art. 2233 c.c., comma 3, il quale commina espressamente la sanzione della nullità per quei patti che siano privi del requisito formale ivi prescritto” (Cass., n. 24213/2021)

Ed ancora aggiunge la Cassazione che “in tema di formazione del contratto, l‘accettazione non può essere desunta dal mero silenzio serbato su una proposta, pur quando questa faccia seguito a precedenti trattative intercorse tra le parti, delle quali mostri di aver tenuto conto, assumendo il silenzio valore negoziale soltanto se, in date circostanze, il comune modo di agire o la buona fede, nei rapporti instauratisi tra le parti, impongano l’onere o il dovere di parlare, ovvero se, in un dato momento storico e sociale, avuto riguardo alla qualità dei contraenti e alle loro relazioni di affari, il tacere di uno possa intendersi come adesione alla volontà dell’altro“.