Commissione di massimo scoperto: quando è illegittima

Le banche possono applicare la commissione di massimo scoperto nei rapporti bancari purchè vi sia certezza nel tasso effettivamente applicato

La commissione di massimo scoperto rappresenta un elemento retributivo per la Banca, aggiunto agli interessi praticati, che non ha fonte legale, e quindi richiede la necessità di specifica pattuizione.

Secondo parte della giurisprudenza di merito, la commissione di massimo scoperto non è riconducibile ad un’unica fattispecie giuridica, sicché l’onere di determinatezza della previsione contrattuale deve essere valutato con particolare rigore, dovendosi esigere quantomeno l’indicazione specifica di tutti gli elementi che concorrono a determinarla (percentuale, base di calcolo, criteri e periodicità di addebito), in assenza dei quali, appunto, non può ravvisarsi un accordo delle parti su tale pattuizione, non potendosi ritenere che il cliente abbia potuto prestare un consenso consapevole, rendendosi conto dell’effettivo contenuto giuridico della clausola e, soprattutto, del suo “peso” economico (così ex multis Corte di Appello di Reggio Calabria, Sez. I, 29.01.2029, n. 74 e Trib. Pescara, Sez. IV, 10.07.2018, n. 1099 cit).

Secondo altra parte (Tribunale di Modena, Giudice Martina Grandi con la sentenza n.361 del 27.02.2018) l’indicazione della percentuale del prelievo è sufficiente a individuarne l’oggetto, poiché rende agevole desumere la sua base di calcolo, ossia l’entità del fido di volta in volta operante,

La clausola deve indicare il valore percentuale della commissione, sufficiente per ritenerne determinabile l’oggetto, nonché le condizioni e la periodicità dell’addebito, la base di calcolo, consentendo di determinarlo in modo specifico e non arbitrario.