Corte Costituzionale chiarisce i legami degli adottati con i parenti

Distinguere gli adottati in “casi particolari” da quelli che hanno ricevuto adozione legittimante è incostituzionale

La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 79 del 28 marzo 2022, da rilievo ad un focus molto dibattuto sin da quando la legge 4 maggio 1983 n. 184 viene alla luce. L’art. 55 della stessa norma infatti, viene quasi da subito vista in odore di illegittimità Costituzionale, nella parte in cui, rinviando all’art. 300 co 2 del codice civile, prevede che l’adozione in casi particolari non produce alcun rapporto civile tra l’adottato e i parenti dell’adottante.

La vicenda finisce all’attenzione della Corte Costituzionale grazie all’ ordinanza di rimessione del Tribunale per i minorenni di Bologna che trattava la vicenda di una persona che chiedeva l’adozione della minore, figlia biologica del partner e gestata attraverso altri, ai sensi dell’art. 44, comma 1 lett. d) della legge n. 184 del 1983, ma chiedendo anche il riconoscimento dei rapporti civili della minore con i propri parenti quale effetto della stessa sentenza di adozione.

Rimando alla Corte Costituzionale: i diritti nell’adozione in casi particolari

Il giudice adito tuttavia affermava di poter accogliere il ricorso limitatamente alla parte che chiedeva l’adozione, tuttavia chiarendo di non poter accogliere la domanda della ricorrente in merito al riconoscimento dei rapporti civili della minore con i parenti del padre ricorrente quale effetto del vincolo adottivo, dovendo a tali casi applicarsi la disciplina postulata dall’art. 55 della legge n. 184 del 1983 opera all’art. 300 c.c., che rimanda tutte le disposizioni a quanto disciplinato per l’adozione di persona maggiorenne.

La legge dell’adozione in casi particolari

A tal punto tuttavia il giudice di merito aveva ritenuto necessario sollevare questione di legittimità costituzionale del rinvio che l’art. 55 della legge n. 184 del 1983 opera all’art. 300, con riferimento agli artt. 3, 31, 117 co 1 (ed un’importante riferimento all’art. 8 CEDU) della Costituzione essenzialmente per due ordini di ragioni:

  • l’esclusione della disciplina nell’adozione in casi particolari di rapporti civili tra l’adottato e la famiglia dell’adottante, sarebbe in primo luogo contraria agli artt. 3 e 31 della Costituzione, in particolare si motiva ritenendo che essa contrasti “con il principio di parità di trattamento di tutti i figli, nati all’interno o fuori dal matrimonio e adottivi, che trova la sua fonte costituzionale negli artt. 3 e 31 Cost. ed è stato inverato dalla riforma sulla filiazione (l. 219/2012) e dal rinnovato art. 74 cc che ha reso unico senza distinzioni il vincolo di parentela che scaturisce dagli status filiali con la sola eccezione dell’adozione del maggiorenne”.
  • Risulterebbe inoltre anche in contrasto con l’art. 117, primo comma, Cost., in relazione all’art 8 della CEDU, in quanto non renderebbe realizzabile “al minore inserito nella famiglia costituita dall’unione civile di godere pienamente della sua “vita privata e familiare” intesa in senso ampio, comprensiva di ogni espressione della personalità e dignità della persona ed anche del diritto alla identità dell’individuo”.

La Consulta

Tale posizione veniva avvalorata dalla Consulta. La stessa osserva che le ipotesi per cui poteva concretizzarsi tale adozione, potevano inizialmente dividersi in due ipotesi: la prima, consistente nel valorizzare l’effettività di un rapporto instauratosi con il minore (art. 44 co. 1 lett. a e lett. b); la seconda risiederebbe invece nella difficoltà o nella impossibilità per taluni minori di accedere ad una adozione piena (art. 44 co 1 lett. c e d).

Il percorso evolutivo dell’istituto tuttavia, incrocia inevitabilmente le tematiche legate alla procreazione assistita e alla gestione attraverso altri.

Pertanto la Corte nel decidere ricorda sentenze come la n. 33 del 2021, in materia di gestazione attraverso altri, nel quale già emergeva che la disciplina normativa della legge citata fosse “una forma di tutela agli interessi del minore certo significativa”, ma non soddisfacente poichè “non del tutto adeguata al metro dei principi costituzionali e sovranazionali”. Tra le ragioni veniva annoverata proprio l’impossibilità di istituire rapporti civili tra l’adottato e la famiglia dell’adottante per il tramite dell’adozione in casi particolari, atteso il permanere del rinvio che la normativa in materia fa all’art. 300 anche dopo la riforma della filiazione sopraggiunta nel 2012 .

Secondo la Consulta “il quadro normativo richiamato palesa, dunque, che il minore adottato ha lo status di figlio e nondimeno si vede privato del riconoscimento giuridico della sua appartenenza proprio a quell’ambiente familiare, che il giudice è chiamato, per legge (art. 57, comma 2, della legge n. 184 del 1983), a valutare, al fine di deliberare in merito all’adozione. Ne consegue che, a dispetto della unificazione dello status di figlio, al solo minore adottato in casi particolari vengono negati i legami parentali con la famiglia del genitore adottivo”. 

La decisione

Pertanto risulta alla luce dell’argomentazione fornita, il richiamo alla disciplina di cui l’art. 300 c.c. che regolamenta l’adozione della persona maggiorenne, istituto plasmato su esigenze di carattere prettamente patrimoniale.

Pertanto viene dichiarato che la disciplina in commento contrasta con gli artt. 3 e 31 della Costituzione.

Viene così portata alla luce la declaratoria di illegittimità Costituzionale che statuisce che in questo modo verrebbe finalmente meno “un ostacolo all’effettività della tutela offerta dall’adozione in casi particolari … e consente a tale istituto, la cui disciplina tiene in equilibrio molteplici istanze implicate nella complessa vicenda, di garantire una piena protezione all’interesse del minore”.