Risarcimento per demansionamento: applicazione o meno della ritenuta

Il risarcimento per demansionamento riconosciuto ad un lavoratore è soggetto o meno alla ritenuta di cui all’articolo 23 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600: a tale quesito ha risposto l’agenzia delle Entrate

Vediamo se l’’importo versato a titolo di risarcimento per demansionamento è volto a reintegrare il c.d. danno emergente e, pertanto, privo di rilevanza reddituale ed impropriamente assoggettato a ritenuta oppure è volto a reintegrare il c.d. lucro cessante, con piena rilevanza reddituale e, pertanto, correttamente assoggettato a ritenuta.

Risarcimento per demansionamento

La normativa

L’articolo 6, comma 2, del Testo Unico delle Imposte sui redditi approvato con d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (Tuir), prevede che «I proventi conseguiti in sostituzione di redditi, (…), e le indennità conseguite, anche in forma assicurativa, a titolo di risarcimento di danni consistenti nella perdita di redditi, esclusi quelli dipendenti da invalidità permanente o da morte, costituiscono redditi della stessa categoria di quelli sostituiti o perduti. Gli interessi moratori e gli interessi per dilazione di pagamento costituiscono redditi della stessa categoria di quelli da cui derivano i crediti su cui tali interessi sono maturati”

Nel caso in cui l’indennizzo percepito da un determinato soggetto vada a compensare in via integrativa o sostitutiva, la mancata percezione di redditi di lavoro ovvero il mancato guadagno, le somme corrisposte sono da considerarsi dirette a sostituire un reddito non conseguito (c.d. lucro cessante) e conseguentemente vanno ricomprese nel reddito complessivo del soggetto percipiente ed assoggettate a tassazione.

Risposta n. 185/2022

L’Agenzia delle Entrate in risposta al quesito sottopostole da una Società condannata al pagamento del risarcimento da demansionamento ha chiarito che con riferimento all’indennizzo percepito in tema di demansionamento, occorre distinguere:

  •  il danno patrimoniale, derivante dall’impoverimento della capacità professionale del lavoratore o dalla mancata acquisizione di maggiori capacità, con la connessa perdita di chances, ovverosia di ulteriori possibilità di guadagno
  • da quello non patrimoniale, comprendente sia l’eventuale lesione dell’integrità psico-fisica del lavoratore, accertabile medicalmente, sia il danno esistenziale, da intendersi come ogni pregiudizio di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno
  • sia infine la lesione arrecata all’immagine professionale ed alla dignità personale del lavoratore

In particolare, come evidenziato nella risoluzione 22 aprile 2009, n. 106/E, la Corte di Cassazione con sentenza 23 settembre 2008, n. 28887 ha accolto il ricorso di un contribuente fondato sulla tesi secondo cui la somma liquidata «non è soggetta a imposizione fiscale ai fini IRPEF in quanto non rappresenta alcuna reintegrazione di reddito patrimoniale non percepito ma piuttosto il risarcimento del danno alla professionalità e all’immagine derivato dal demansionamento».

Per quanto riguarda in particolare, le somme erogate, che trovino titolo nella necessità di ristorare la perdita delle cosiddette “chance professionali” ossia connesse alla privazione della possibilità di sviluppi o progressioni nell’attività lavorativa è stato chiarito che le stesse non sono imponibili.

Con riferimento al caso concreto oggetto del quesito l’Agenzia delle Entrate ritiene, che le somme liquidate in via equitativa dal Tribunale, a seguito della lesione della capacità professionale del lavoratore, sono da considerarsi non imponibili, in quanto configurabili come danno emergente e quindi volte a risarcire la perdita economica subita dal patrimonio, e pertanto non sono assoggettabili a ritenuta alla fonte ai sensi dell’articolo 23 del d.P.R. n. 600 del 1973.