Riportare notizie di altri non sempre configura una ipotesi di diffamazione

Riportare contenuti pubblicati da altri non sempre configura la sussistenza della diffamazione a mezzo stampa

Nel caso in cui il giornalista si limiti a descrivere i fatti come riportati da un’altra fonte, specificando la circostanza secondo la quale le affermazioni siano state rese da terzi e sia inserito anche il testo in virgolettato, non incorre nel reato di diffamazione.

A tal proposito, la giurisprudenza si è orientata sul ritenere esente da responsabilità il giornalista che si limiti a descrivere fatti riportati da altra testata giornalistica, senza aggiungere nulla di carattere diffamatorio nella redazione del proprio articolo ed astenendosi dal rendere opioni che possano travalicare il diritto di critica.

Le regole da rispettare

La prima regola è che il giornalista il quale riporti dichiarazioni altrui (come nel caso dell’intervistatore; ovvero dell’articolo che dia conto di deposizioni testimoniali o rese in ambito giudiziario; od ancora – come nel caso di specie – dell’articolo che riferisca di scritti altrui) non è esonerato né dal dovere di evitare la contumelia (Sez. 3, Sentenza n. 20137 del 18/10/2005, Rv. 585231), né da quello di verificare se, al momento in cui ne da contezza ai lettori, i fatti riferiti dal terzo e ripresi dal giornalista appaiano plausibilmente veri.

Non è, in altri termini, esonerato dal dovere di rispettare la cd. verità putativa dei fatti. Tale dovere di verifica è tanto più doveroso, quanto maggiore è la gravità dei fatti riferiti (Sez. 3, Sentenza n. 6490 del 17/03/2010, Rv. 612224).

La seconda regola è un’eccezione alla prima: quando riferisce opinioni e dichiarazioni di terzi, il giornalista è esonerato sia dal dovere di verificare la verità putativa dei fatti riferiti, sia di evitare di riferire espressioni oltraggiose, quando sussista un interesse dell’opinione pubblica a conoscere, prima ancora dei fatti narrati, la circostanza che un terzo li abbia riferiti (Sez. 3, Sentenza n. 10686 del 24/04/2008, Rv. 602949).

Quando, infatti, ricorre il suddetto interesse pubblico, questo deve prevalere, in quanto tutelato dall’art. 21 cost., sull’interesse del singolo all’integrità del proprio onore e della propria reputazione.

Questo interesse deve essere valutato tenendo conto della qualità dei soggetti coinvolti (il terzo che compie la dichiarazione e la persona diffamata), della materia in discussione e del contesto della notizia (Sez. U, n. 37140 del 30/05/2001 – dep. 16/10/2001, imp. Gallerò, Rv. 219651).

Pertanto il giornalista che riferisca opinioni o dichiarazioni di terzi è esonerato da responsabilità per diffamazione, quando la dichiarazione del terzo costituisca di per se stessa un “fatto” così rilevante nella vita pubblica che la stampa verrebbe meno al suo compito informativo se lo tacesse (così la fondamentale decisione pronunciata da Sez. 3, Sentenza n. 1205 del 19/01/2007, Rv. 595637).

Inoltre, nel caso in cui il giornalista riporti dichiarazioni di terzi di rilevante interesse pubblico, egli è sempre tenuto a rendere ben chiaro al lettore che sta riferendo opinioni o dichiarazioni di terzi, e non verità oggettive. Chi riferisce opinioni altrui deve quindi astenersi dal ricorrere ad accostamenti suggestivi o capziosi, tali da indurre in errore il lettore e fargli percepire come veritieri i fatti dichiarati da terzi. In quest’ultima ipotesi, infatti, il giornalista dismetterebbe la veste di terzo osservatore dei fatti, per divenire un diffamatore dissimulato (Sez. 3, Sentenza n. 15112 del 17/06/2013, Rv. 626951; Sez. 3, Sentenza n. 16917 del 20/07/2010, Rv. 614230).