Affido paritario dei figli rifiutato dai Tribunali: non fa l’interesse dei minori

L’affido paritario di un minore non è la spartizione chirurgica del tempo con mamma e papà dopo la separazione: lo dice la Cassazione

 

I fatti

Il Tribunale di Reggio Calabria aveva affidato la figlia minore ad entrambi i genitori, con residenza prevalente presso la madre e l’assegnazione a quest’ultima della casa familiare, prevedendo altresì, come consueto il diritto di visita e di frequentazione del padre.

Il padre in Appello tuttavia, chiedeva che la figlia convivesse in maniera paritaria con entrambi i genitori.

La Corte territoriale respingeva il ricorso, ritenendo la richiesta contraria all’interesse del minore stesso, in quanto,  lo spostamento della residenza della minore molto piccolo di età, avrebbe provocato un ulteriore disequilibrio (oltre quello che già i Giudici tendono a riconoscere er i minori nella separazione dei genitori) rispetto alla sua attuale condizione di convivenza con la madre.

Il padre ricorre in Cassazione con doglianza relativa alla violazione dell’art. 337 ter c.c. nonché errori e omissioni da parte dei giudici di appello.

Lamenta in particolare la mancata valutazione della circostanza relativa ai turni lavorativi della madre, documentati dalla stessa nel procedimento di primo grado, e altre circostanze riguardanti la relazione tra i due ex conviventi e tra ciascuno di essi e la minore.

L’affido condiviso non è necessariamente tempo di frequentazione simmetrico e paritario

Secondo la Cassazione però, il principio cui si è ispirata la Corte di appello nella sua decisione circa la collocazione prevalente della minore con la madre, è corretto infatti chiarisce che “la regolamentazione dei rapporti fra genitori non conviventi e figli minori non può avvenire sulla base di una simmetrica e paritaria ripartizione dei tempi di permanenza con entrambi i genitori”.

Il giudice di merito ha ben agito nell’interesse del minore stesso, infatti il tempo paritario di collocamento non gioverebbe al suo benessere e alla sua crescita.

La sentenza fa parte di una consolidata giurisprudenza della Cassazione che spiega come il principio di bi genitorialità sancito dal legislatore nel 2006, non sia una chirurgica spartizione del tempo tra genitori separati da trascorrere con i propri figli.