L’udienza si tiene lo stesso senza imputato: è già agli arresti domiciliari!

E’ ritualmente corretto escludere la partecipazione all’udienza di un imputato impossibilitato da arresti domiciliari?

Il caso si sviluppa in merito a quanto accaduto ad un uomo, citato in giudizio ma impossibilitato a presentarsi in udienza, poiché sottoposto alla misura degli arresti domiciliari per altra causa sopravvenuta nel frattempo e che pertanto, tramite il proprio legale, rinvia ad altra udienza, che tuttavia si svolge in assenza dell’interessato, per mancato ordine di traduzione del legittimo impedimento rappresentato.

La sentenza è nulla se l’imputato era impossibilitato?

La difesa a tal punto si trova a dover necessariamente eccepire la nullità della sentenza, nel frattempo emessa a seguito dell’udienza, per non aver il Tribunale riconosciuto il legittimo impedimento in capo all’imputato.

In sede d’Appello l’eccezione di nullità della sentenza di primo grado viene rigettata, ritenendo che non sussistesse all’uopo il dovere del giudice di disporre la traduzione del soggetto, attribuendo all’imputato l’onere di rendersi attivo nel rappresentare presso il giudice del diverso procedimento che ha generato la misura, la necessità di provvedere all’autorizzazione per potersi recarsi in udienza.

Inoltrato ricorso rituale in Cassazione, la questione viene devoluta alle Sezioni Unite per poter decidere sulla questione di diritto di particolare interesse: “Se la restrizione dell’imputato agli arresti domiciliari per altra causa, comunicata in udienza, integri comunque un’ipotesi di legittimo impedimento a comparire, così precludendo la celebrazione del giudizio in assenza, ovvero gravi sull’imputato il previo onere di richiedere al giudice che ha emesso il provvedimento cautelare l’autorizzazione per presenziare a detta udienza”.

La decisione delle Sezioni Unite

La Corte di Cassazione accoglie i motivi presentati, sottolineando che si tratta di un contradditorio instauratosi in modalità “irrituale” e che rende la decisine in Appello “non corretta”. Secondo i giudici resta condivisibile il giudizio per cui, quando una qualunque restrizione della libertà personale impedisca all’imputato di presenziare in udienza costituisce di per sé un legittimo impedimento . Si richiama nella pronuncia della Suprema Corte la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che nell’elencare i diritti dell’imputato, presuppone l’essenzialità della sua partecipazione al processo; garanzie richiamate anche dal Patto internazionale dei diritti civili e politici .

Le condizioni che potrebbero giustificare l’udienza tenuta dovrebbero essere:la certezza della conoscenza del processo, della data e del luogo fissati per il suo svolgimento; altresì l’inequivocità della rinuncia a comparire. La Corte pertanto sentenzia che: “In caso contrario il giudice deve disporre la sua traduzione a processo […] Ne consegue che la conoscenza da parte del giudicante della presenza di una limitazione alla libertà, imposta da altra autorità giudiziaria, su cui sia possibile intervenire, non può essere pretermessa”.

Si annulla pertanto la sentenza con rinvio in diversa composizione in Appello per una nuova decisione.