Diffamazione a mezzo stampa: ora pene meno severe

La Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo l’art. 13 della legge sulla stampa, eliminando l’aggravante relativa al reato di diffamazione

La Corte Costituzionale, con sentenza n. 150/2021 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 13 della legge sulla stampa (legge 8 febbraio 1948 n. 47), il quale prevedeva che “nel caso di diffamazione commessa col mezzo della stampa, consistente nell’attribuzione di un fatto determinato, si applica la pena della reclusiona da uno a sei anni e quella della multa non inferiore a lire centomila“.

Cade dunque l’aggravante ad effetto speciale e la condotta criminosa deve farsi rientrare nell’alveo della diffamzione prevista dal codice penale.

I comportamenti delittuosi dunque rientreranno nella fattispecie prevista dall’articolo 595, co.3, codice penale, che prevede, per le ordinarie ipotesi di diffamazione compiute a mezzo della stampa o di un’altra forma di pubblicità, la reclusione da sei mesi a tre anni oppure, in alternativa, il pagamento di una multa.

Dunque, pene meno severe e maggiore tutela del diritto di libertà di espressione, soprattuto nel caso in cui si scriva di cronaca e di cronaca giudiziaria.

Inoltre, l’art. 596 c.p., al comma 1, sancisce, in relazione al delitto di diffamazione, il principio dell’esclusione della prova liberatoria. Ciò comporta che chi si sia reso colpevole del reato di diffamazione, non possa provare, a sua discolpa, la verità o la notorietà del fatto attribuito alla persona offesa.