Bonus bebè e assegno di maternità : equo trattamento per tutti i cittadini

La Corte Costituzionale si pronuncia in favore della massima espansione delle garanzie a chi ne ha bisogno a prescindere dalla nazionalità.

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Assegno di natalità e assegno di maternità

L’assegno di natalità è stato introdotto allo scopo di “incentivare la natalità e contribuire alle spese per il suo sostegno”.

Inizialmente è stato riconosciuto “per ogni figlio nato o adottato tra il 1° gennaio 2015 e il 31 dicembre 2017” ai genitori appartenenti a un nucleo familiare che si trovi “in una condizione economica corrispondente a un valore dell’indicatore della situazione economica equivalente (ISEE) […] non superiore a 25.000 euro annui”.

La disciplina, modificata di volta in volta,  è stata estesa, infine, a “ogni figlio nato o adottato dal 1° gennaio 2021 al 31 dicembre 2021”

La Corte di giustizia

La Corte di giustizia ha esaminato l’assegno di natalità e l’assegno di maternità, per accertare se rientrino nell’ambito applicativo del regolamento (CE) n. 883/2004 e del diritto alla parità di trattamento.

Con riferimento all’assegno di natalità, essa ha osservato, in primo luogo, che rappresenta una prestazione previdenziale.

E’ attribuita in base a criteri obiettivi, attinenti al reddito e alla composizione del nucleo familiare e svincolati da una valutazione individuale e discrezionale delle esigenze personali dei beneficiari ( sentenza 2 settembre 2021, nella causa C-350/20).

L’assegno di natalità, inoltre, deve essere qualificato come prestazione familiare.

La prestazione ha natura di un contributo pubblico al bilancio familiare, finalizzato ad alleviare gli oneri derivanti dal mantenimento dei figli appena nati o adottati e non rientra nelle tassative esclusioni menzionate nella parte II dell’allegato I al regolamento (CE) n. 883/2004, riguardanti gli assegni speciali di nascita e di adozione.

Anche l’assegno di maternità, concesso alle madri, in presenza dei criteri previsti dalla legge, costituisce una prestazione previdenziale e attiene al settore della sicurezza sociale e, in particolare, alle prestazioni di maternità .

Agli Stati membri è consentito di limitare la parità di trattamento nei settori della sicurezza sociale, salvo che “per i lavoratori di paesi terzi che svolgono o hanno svolto un’attività lavorativa per un periodo minimo di sei mesi e sono registrati come disoccupati”. Quanto ai sussidi familiari, gli Stati membri possono negare la parità di trattamento ai «cittadini di paesi terzi che sono stati autorizzati a lavorare nel territorio di uno Stato membro per un periodo non superiore a sei mesi, ai cittadini di paesi terzi che sono stati ammessi a scopo di studio o ai cittadini di paesi terzi cui è consentito lavorare in forza di un visto».

La Corte di giustizia dell’Unione europea, nella sentenza del 2 settembre 2021, ha ricordato che la Repubblica italiana non si è avvalsa in alcun modo della facoltà di limitare la parità di trattamento.

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La Corte Costituzionale: la sentenza n. 54 del 4 marzo 2022

La Corte Costituzionale richiamando i principi espressi dalla Corte di Giustizia si è pronunciata sulle sollevate questioni di incostituzionalità.

La Corte sottolinea che nel condizionare il riconoscimento dell’assegno di natalità e dell’assegno di maternità alla titolarità di un permesso di soggiorno in corso di validità da almeno cinque anni, al possesso di un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale e alla disponibilità di un alloggio idoneo, il legislatore ha fissato requisiti privi di ogni attinenza con lo stato di bisogno che le prestazioni in esame si prefiggono di fronteggiare.

Un siffatto criterio selettivo nega adeguata tutela a coloro che siano legittimamente presenti sul territorio nazionale e siano tuttavia sprovvisti dei requisiti di reddito prescritti per il rilascio del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo. Pregiudica proprio i lavoratori che versano in condizioni di bisogno più pressante.

Pertanto la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale delle norme nella parte in cui escludono dalla concessione – rispettivamente – dell’assegno di natalità e dell’assegno di maternità i cittadini di Paesi terzi che sono stati ammessi nello Stato a fini lavorativi a norma del diritto dell’Unione o nazionale e i cittadini di Paesi terzi che sono stati ammessi a fini diversi dall’attività lavorativa a norma del diritto dell’Unione o nazionale, ai quali è consentito lavorare e che sono in possesso di un permesso di soggiorno.