Adozione di persona maggiorenne: le ultime dalla Cassazione

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ridefinisce i confini della disciplina dell’adozione di persona maggiorenne nel caso di adozione del figlio del nuovo coniuge

Con Sentenza del 03 aprile 2020, n. 7667, la Suprema Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un coniuge intenzionato ad adottare il figlio delle nuova coniuge, maggiorenne, in assenza di uno dei requisiti stabiliti dall’art. 291 c.c. per un valida adozione.

Tra i requisiti per addivenire all’adozione di persona maggiorenne è enunciato il rispetto della differenza di età tra adottante ed adottando, la quale non può essere inferiore a 18 anni.

Nel caso di specie, tra adottante ed adottando vi era una differenza di età di 17 anni e 4 mesi.

La Suprema Corte, con un lungo ed articolato ragionamento, ha sancito la necessità per i giudici merito, senza snaturare l’istituto, di operare valutazioni sorrette dalla necessità di contemperare l’inderogabilità della norma con la peculiare situazione familiare.

Ciò che è emerso dalla motivazione è la valutazione dell’articolo 30 della Costituzione (dovere di mantenere, istruire ed educare i figli) con riferimento a tutti quei particolari casi in cui venga adottato il figlio di un nuovo coniuge, legato dunque ad un contesto familiare stabile.

Questa apertura interpretativa è venuta alla luce anche a seguito della comparazione dell’istituto dell’adozione di persona maggiorenne con l’istituto dell’adozione di minorenne figlio del coniuge, prevista espressamente dall’art.  44, lett. b), L. 4 maggio 1983, n. 184.

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In tal caso, la Corte Costituzionale, aveva già dichiarato, con sentenza 2 febbraio 1990, n. 44, l’illegittimità costituzione nella parte in cui sussisteva il limite della differenza di età di 18 anni tra il minore e l’adottante.

Come ha sottolineato la Corte costituzionale, infatti, “senza lo strumento adozionale così impiegato, malgrado la coppia genitoriale sia legata nel matrimonio, la prole riconosciuta o adottata da uno dei coniugi resterebbe estranea all’altro coniuge, non porterebbe il cognome dei fratelli uterini generati in costanza di matrimonio, vivrebbe, anche in una forte coesione affettiva, il disagio sociale della manifesta diversità di origine con possibili disarmonie nella formazione psicologica e morale”.

Dunque, partendo dall’assunto sopra enunciato, la Suprema Corte di Cassazione ha ritenuto doveroso imporre una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 291 c.c.