Storpiare il cognome configura il reato di diffamazione

Il chiaro e gratuito epiteto offensivo personale, coinvolgente l’aspetto fisico della vittima del reato, consistente nello storpiare il cognome configura il reato di diffamazione

storpiare il cognome

Il caso affrontato dalla Cassazione penale con la sentenza n. 320 depositata il 10 gennaio 2022

Il ricorrente nell’impugnare la condanna per diffamazione sottolinea come la satira sia una forma di critica particolarmente arguta ed ironica, anche estrema nelle sue manifestazioni, che, se esercitata correttamente, può scriminare la condotta di diffamazione.

La finalità della satira, sottolinea il ricorrente, contrariamente a quanto ritenuto nel provvedimento impugnato, è proprio quella di provocare dileggio e l’utilizzo di espressioni di qualsiasi tipo, anche lesive della reputazione altrui, deve essere consentito, sempre che esse siano strumentalmente collegate alla manifestazione di un dissenso ragionato rispetto al comportamento preso di mira dal personaggio pubblico.

La posizione della Cassazione

La Corte di legittimità ha chiarito che, in tema di diffamazione (anche a mezzo stampa), sussiste l’esimente del diritto di critica quando le espressioni utilizzate, pur se veicolate nella forma scherzosa e ironica propria della satira, consistano in un’argomentazione che esplicita le ragioni di un giudizio negativo collegato agli specifici fatti riferiti.

Ciò mediante una forma espositiva strettamente funzionale alle finalità di disapprovazione e che non si risolve in un’aggressione gratuita alla sfera morale altrui o in disprezzo personale, sebbene possano utilizzarsi termini oggettivamente offensivi se insostituibili nella formazione del pensiero critico.

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La continenza

Vi è un confine tra la legittima espressione satirica di ludibrio o ironico scherno e, di contro, il disprezzo personale gratuito.

Il giudice, nell’apprezzare il requisito della continenza, deve tener conto del linguaggio essenzialmente simbolico e paradossale della satira, rispetto al quale non si può applicare il metro consueto di correttezza dell’espressione, restando, comunque, fermo il limite del rispetto dei valori fondamentali dell’individuo.

Tale limite deve ritenersi superato quando la persona pubblica (quale è, nel caso di specie, un sindaco, amministratore locale), oltre che al ludibrio della sua immagine, sia esposta al disprezzo personale.

La causa di giustificazione non può applicarsi al chiaro e gratuito epiteto offensivo personale, coinvolgente l’aspetto fisico della vittima del reato, costituito dalla storpiatura del suo cognome, benché la condotta si inscriva nella legittima manifestazione del diritto di critica alle politiche abitative sviluppate dal comune del quale il ricorrente si è reso portatore partecipando ad una manifestazione pubblica sul tema.