DASPO: il divieto allo spettatore, al partecipante o al professionista

DASPO: il Divieto di accesso alle manifestazioni sportive è escluso se si esercita professionalmente l’attività sportiva

Il Divieto

Come molti sanno, in conseguenza di condotte aggressive e violente, i responsabili possono essere interdetti all’accesso dei luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive.

Generalmente, i provvedimenti interdittivi sono più frequenti nell’ambito calcistico, quando le fazioni dei tifosi si scontrano allo stadio.

Ma cosa comporta il divieto? È negato l’accesso ai luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive indistintamente?

Può accadere infatti che un soggetto colpito da Daspo sia anche uno sportivo professionista.

In tal caso sarà vietato al professionista di accedere alle competizioni?

Di ciò si è occupata la Suprema Corte di Cassazione

DASPO

Il caso e la sentenza

Con sentenza n. 35481/21 la Corte di Cassazione, sezione Terza penale, ha affermato che è legittimo il provvedimento DASPO, cioè il provvedimento del Questore che vieti l’accesso ai luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive, non solo come spettatore ma anche in qualità di partecipante a una competizione sportiva, purché il destinatario del divieto non eserciti professionalmente l’attività sportiva, non prevedendo l’art. 6 della legge 13 dicembre 1989, n. 401 che il provvedimento del Questore possa limitare l’attività lavorativa retribuita.

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Secondo la Corte: l’interpretazione del divieto di accesso è pertanto da intendersi in via generalizzata [….] Diversamente, quando l’attività sportiva è professionistica, ed in quanto tale retribuita, un ordine amministrativo non può privare un individuo della sua attività lavorativa […] il DASPO non può, dunque, colpire il professionista nelle sue attività lavorative dalle quali ricava la retribuzione per le sue esigenze di vitae nelle quali esplica in pieno la sua personalità […]una diversa interpretazione della norma, che limitasse lo svolgimento di attività sportiva per i professionisti retribuiti, sarebbe palesemente incostituzionale (art. 1 e 35 Costituzione).