Pesca: attenzione perché è vietato usare animali vivi come esca

Pesca: usare animali vivi come esca costituisce reato di maltrattamento di animali ex art 544-ter codice penale

Il Caso

Pescare utilizzando camole o bigattini non è certo una novità, né ciò è mai stato elemento costitutivo di un reato.

La fantasia degli uomini però non ha limiti ed anche nella pesca si può avere qualche idea fantasiosa per dar luogo a nuove tecniche di pesca che costituiscono reato.

Il caso è quello di due pescatori condannati alla pena di Euro 4.000,00 di multa ciascuno in quanto responsabili, in concorso fra loro, del reato di cui all’art. 544 ter c.p. per aver utilizzato piccioni vivi gettandoli nel fiume come esche per la pesca del pesce siluro, dopo averli appesi per una zampa all’amo, provocando la morte di quattro uccelli.

Gli imputati, hanno impugnato la decisione ritenendo la loro condotta scriminata ai sensi dell’art. 19-ter disp. coord. c.p. secondo cui: “Le disposizioni del titolo IX bis del libro II del codice penale non si applicano ai casi previsti dalle leggi speciali in materia di caccia, di pesca, di allevamento, di trasporto, di macellazione degli animali, di sperimentazione scientifica sugli stessi, di attività circense, di giardini zoologici, nonché dalle altre leggi speciali in materia di animali.

Le disposizioni del titolo IX bis del libro II del codice penale non si applicano altresì alle manifestazioni storiche e culturali autorizzate dalla regione competente.”
La Cassazione ha rigettato il ricorso confermando la condanna per il reato di maltrattamento ex art. 544ter c.p.

La sentenza

Con sentenza n.17691 del 14/12/2018 la Suprema Corte di Cassazione penale sez. III ha stabilito che: Integra il reato di maltrattamento di animali, l’utilizzo di animali vivi come esca per la pesca sportiva, non potendosi ritenere tale condotta scriminata ai sensi dell’art. 19-ter disp. coord. c.p. che trova applicazione solo ove le attività in esso menzionate siano svolte nel rispetto della normativa di settore.

[…] è ben vero che nella prassi corrente i pescatori che praticano tale attività con la canna impiegano come esca vermi vivi, ma a prescindere dal rilievo che trattasi in tal caso di larve (quali si configurano, fra le più usate, i bigattini o le camole), il loro utilizzo a tal fine, non contrastante con le attitudini etologiche di tali esseri, non si presta in ogni caso a recar loro sofferenze.

Del tutto diverso è l’impiego di volatili, quali sono i piccioni, legati per una zampetta all’amo e costretti a seguire il volo della lenza fino a venire ripetutamente catapultati nel fiume quale richiami per la cattura del pesce siluro che, a detta della difesa, di tali uccelli si nutre: è evidente come non solo le condizioni di cattività a cui tali animali sono stati costretti con l’imbracatura alla lenza, ma altresì l’attentato alla loro stessa sopravvivenza con gli affogamenti ripetuti nell’acqua […] si configuri come una vera e propria sevizia, atta a provocare agli uccelli, quand’anche sopravvissuti, gravi sofferenze, indipendentemente dalle lesioni eventualmente arrecategli.

Sostenere […] che i piccioni siano prede naturali del pesce siluro, costituisce argomento che surrettiziamente elude la ratio della noma in contestazione, come se fosse la natura di preda a determinare la legittimità del suo utilizzo, ed in ultima analisi del suo “sacrificio”, per finalità assolutamente non necessarie rispetto allo scopo dell’attività amatoriale praticata che preveda la cattura del predatore: così opinando dovrebbe ritenersi legittimo l’impiego della gazzella per la caccia al leone o, restando nell’ambito dell’attività venatoria avente ad oggetto gli animali predatori nel territorio nazionale, della gallina o del cucciolo di un capriolo per la caccia alla volpe. […]

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La pesca, anche del pesce siluro, è comunque praticabile con le esche di uso comune (che comprendono, secondo l’accezione di uso corrente animaletti o pezzetti di carne o di altri organi animali, sostanze diverse o anche oggetti luccicanti, che si mettono all’amo per attirare e prendere i pesci), senza che debba farsi ricorso ai piccioni, che di certo, non facendo parte del suo naturale habitat, non costituiscono le uniche prede di un animale ricompreso nella categoria dei pesci, sia pure di acqua dolce e che invece sono stati in tal modo sottoposti a condizioni insopportabili per le loro attitudini etologiche, ovverosia incompatibili con il comportamento proprio della specie di appartenenza, così come ricostruito dalle scienze naturali (Sez. 3, n. 5979 del 13/12/2012 – dep. 07/02/2013, Galeotti, Rv. 254637), e perciò non giustificate dall’esigenza della pesca.