La moglie lavorava per la casa e famiglia? Ha diritto all’assegno di divorzio

L’assegno di divorzio spetta alla ex che collaborava con lavoro casalingo alla gestione famigliare. Lo dice la Cassazione

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In sede di cessazione degli effetti civili del matrimonio, in sede di giudizio viene sancito il diritto della donna a percepire l’assegno divorzile dall’ex marito. In primo grado la cifra stabilita è 1.500 euro, ridotta poi in secondo grado a 1.200 euro.

Ricorso in Cassazione: la donna lavorava

Il marito ricorre in Cassazione lamentando che il ruolo riconosciuto all’ex moglie nella gestione familiare fosse stato sopravvalutato al fine di determinare le somme che avrebbe poi egli stesso dovuto versare. L’uomo infatti fa valere che in costanza di matrimonio si sono a lungo avvalsi della collaborazione di una colf con una frequenza di più giorni a settimana. Inoltre l’uomo sottolinea che l’ex moglie  sarebbe economicamente indipendente, avendo sempre svolto l’attività di insegnante in una scuola pubblica, professione per cui aveva studiato.

La Cassazione respinge il ricorso: c’è diritto all’assegno di divorzio

La Corte tuttavia, respinge i motivi addotti confermando il pronunciamento d’Appello. La corte del gravame infatti, aveva si considerato il livello di autosufficienza economica della donna, ma ad esso aveva tuttavia aggiunto il contributo da lei fornito alla realizzazione della vita familiare e, conseguentemente, alla formazione del patrimonio familiare e personale del marito, fosse ad ogni modo degno di peso.

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Collaborava alla gestione famigliare nonostante lavorasse

I giudici hanno pertanto “valorizzato i ventitré anni di convivenza tra i coniugi” ed osservato che in quel periodo “l’uomo ha potuto dedicarsi con maggiore impegno, dedizione e serenità al proprio lavoro e alla propria realizzazione professionale, conseguendo, man mano, redditi sempre più crescenti, e beneficiando effettivamente della attenzione e dell’accudimento prestato dalla coniuge alla figlia e all’ambiente domestico”. I Giudici sottolineano inoltre, che la donna, pur “avendo comunque svolto in pieno il proprio lavoro di insegnante”, non ha sacrificato “le aspettative professionali in ragione delle maggiori incombenze familiari”. Tale scelta può ridurre la somma dovuta, ma “non azzerarla, ove risulti, come in questo caso, che il coniuge abbia con le proprie maggiori incombenze familiari comunque contribuito, oltre alla realizzazione della vita familiare, al successo professionale (ed economico) dell’altro coniuge e, conseguentemente, alla formazione del patrimonio familiare e personale di tale coniuge”.