La figlia lavora in maniera saltuaria? Il padre può togliere il mantenimento?

Se la figlia non lavora il padre può toglierle il mantenimento. Ma non in tutti i casi. Cosa dice la giurisprudenza

La Corte di Cassazione nella sentenza n. 27904/2021 ribadisce quello che è l’orientamento più recente della giurisprudenza sulla spettanza del mantenimento ai figli maggiorenni. In piena coerenza con quanto abbiamo già commentato di recente e ritenuto dal giudizio di legittimità,   il mantenimento spetta al figlio che, una volta concluso un percorso formativo, tenendo conto anche dell’età e delle sue condizioni di salute, si impegna attivamente nel cercare un impiego stabile, ma non lo trova.

La figlia con lavoro ha diritto al mantenimento

Il Tribunale di merito, dichiarata la cessazione degli effetti civili di un matrimonio e dispone tra le altre cose l’assegnazione della casa famigliare in favore della moglie perché convivente con la figlia maggiorenne ma economicamente non autosufficiente e un assegno di 450 euro mensili in favore di quest’ultima, nulla riconoscendo all’altro figlio che invece ha acquisito la sua autonomia economica. In sede di gravame l’importo in favore della figlia viene ridotto a 350 euro al mese perché la stessa, anche se in modo precario e irregolare, svolge comunque un’attività lavorativa. Eccessivo quindi il carico mensile di 450 euro per il padre, visto che la sua ex moglie contribuisce alle spese per la ragazza e visto altresì che l’uomo deve provvedere ai bisogni della nuova compagna e della figlia avuta da quest’ultima.

Per il padre il mantenimento alla figlia non è dovuto se la stessa lavora

 

Il padre ricorre però in Cassazione, rappresentando le seguenti doglianze.

  • nel primo motivo il mancato rispetto del contraddittorio e del diritto di difesa in quanto la Corte di Appello ha fondato la propria decisione sull’audizione della figlia, senza sentire le parti e i loro difensori.
  • Con il secondo motivo lamenta invece l’omessa considerazione da parte della Corte di documenti allegati dallo stesso e da cui emerge la raggiunta autosufficienza economica della figlia.

Con il terzo contesta la riduzione dell’assegno in favore della figlia e non la sua revoca, in contrasto con l’orientamento più recente della giurisprudenza, per la quale l’obbligo di mantenimento in favore del figlio viene meno quando questo non cerca lavoro o trova un’occupazione conforme alle proprie capacità, inclinazioni e aspirazioni. La figlia del ricorrente infatti, ultra-trentenne e in salute, anche se in modo non continuativo e priva di una formazione universitaria, lavora e percepisce una retribuzione.

LEGGI ANCHE: L’ordine di pagamento diretto dell’assegno di mantenimento

La Cassazione decide che in Appello si verifichino meglio le condizioni

La Corte di Cassazione respinge i primi due motivi del ricorso, ma accoglie il terzo, cassa quindi la sentenza limitatamente al motivo accolto e rinvia alla Corte di appello in diversa composizione affinché statuisca anche sulle spese. In particolare per la Cassazione il primo motivo è inammissibile perché il ricorrente non ha esposto le ragioni per le quali l’errata applicazione della regola processuale abbia comportato la lesione del diritto di difesa. Per il  secondo motivo del ricorso  non si può contestare al giudice di aver attribuito maggior rilievo al alcune prove rispetto ad altre, perché trattasi di una valutazione discrezionale riconosciuta dalla legge. Fondato invece il terzo motivo. Prima di tutto la Corte rileva che, contrariamente a quanto sostenuto dalla madre, la figlia non è risultata affetta da un handicap conclamato che giustifichi l’applicazione alla stessa delle regole previste per i figli minori, come sancito dal comma 2 dell’art. 337 septies c.c. Circa l’obbligo di mantenimento del figlio si rileva che questo  non cessa con il raggiungimento della maggiore età, ma persiste quando costui, senza colpa, dipende ancora dai genitori, infatti la recente giurisprudenza ha precisato che il figlio maggiorenne ha diritto al mantenimento da parte dei genitori solo se, ultimato il percorso di formazione, dimostri di essersi adoperato concretamente nella ricerca di un’occupazione, tenendo conto di ciò che offre il mercato e ridimensionando eventualmente le proprie aspirazioni. Il giudice deve quindi accertare tutta una serie di elementi nel riconoscere o disconoscere l’assegno di mantenimento al figlio, come l’età, il livello di competenza tecnica e professionale raggiunti, l’impegno nel cercare un’occupazione e in generale la condotta. Tuttavia per questo accertamento, ritenuto non svolto, si rinvia alla Corte d’Appello.